
«La grandezza dell’uomo non consiste nell’essere senza limite. Il limite non è semplicemente ciò che la tecnica deve ancora riuscire a vincere, ma una delle condizioni attraverso cui l’uomo diventa o rimane propriamente umano». È un attacco netto e un vero e proprio manifesto antropologico quello lanciato dal Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, nel suo articolato intervento tenuto il 25 settembre scorso presso la sala conferenze della Scuola Grande di San Marco. Al centro della sua riflessione sul tema “Senescenza: dilemmi, dignità, cura, senso del limite”, monsignor Moraglia ha affrontato le sfide poste dalle moderne tecnoscienze, dall’intelligenza artificiale e dalle correnti transumaniste, tracciando un confine netto tra il legittimo progresso e l’illusione dell’onnipotenza.
Partendo dai grandi racconti mitologici — da Gilgamesh a Icaro, fino a Prometeo —, il Patriarca ha evidenziato come l’esigenza di superare la propria fragilità sia insita nell’animo umano fin dall’antichità, ma ha rimarcato la «differenza decisiva tra trascendersi e abolirsi». Se la conoscenza, la cultura e la relazione permettono di trascendersi, il transumanesimo rischia di prefigurare una mutazione radicale. Non si tratta di una semplice caricature tecnologica, ha precisato il Patriarca, bensì di «una corrente di pensiero che mira alla creazione di un “uomo nuovo” fino al superamento della condizione segnata dal limite», intervenendo su età, genetica, memoria e persino sulla mortalità.

Frontiera, quest’ultima, che spalanca interrogativi filosofici ineludibili. Mettendo in guardia dal rischio di considerare il corpo come un mero "ostacolo" biologico da potenziare o sostituire, Moraglia ha riaffermato il valore fondante della corporeità: «Il corpo non è semplicemente ciò che abbiamo, ma ciò che siamo. È il luogo della nostra identità concreta. Non è né una prigione della persona, né un mero supporto, ma la sua possibilità di relazione». Da qui il nodo centrale legato all'allungamento della vita: «Vivere più a lungo è certamente un bene, ma non significa automaticamente vivere più umanamente. La domanda fondamentale non è: per quanti anni? Ma: per che cosa e con chi? E verso quale compimento?».
Un passaggio particolarmente serrato è stato dedicato alle derive relazionali e sociali della tecnica. Invocando il concetto di "tecno-solipsismo", il presule ha spiegato come la tecnologia rischi di modellare un mondo interamente ritagliato sui desideri dell'individuo, eliminando ciò che scompagina i patti: l'altro. «L'altro — un figlio, un coniuge, un anziano, un malato — non è programmabile; introduce sempre un'eccedenza che ci educa alla realtà». La progressiva eliminazione di ciò che sfugge al controllo rischia così di rendere l'essere umano «meno relazionale, con una perdita antropologica enorme».
Sul piano sociale, l'ipotesi di una longevità e di un potenziamento cognitivo o genetico "a pagamento" solleva l'ombra di una drammatica frattura. Citando le preoccupazioni del saggista Jacques Testart, monsignor Moraglia ha evocato il pericolo di un’umanità «a due velocità», chiedendosi: «Se il potenziamento assume criterio di valore, cosa accadrà ai fragili? Cosa accadrà al disabile? All'anziano? All'ammalato? A chi non può permettersi il miglioramento o semplicemente non lo desidera? Una civiltà si misura anche da come tratta chi non può competere».

Richiamando la distinzione tra la durata biologica (lifespan) e la qualità esistenziale e di significato (healthspan), il Patriarca ha ribadito che «la longevità non è ancora la vita buona» e che il limite non va inteso come nemico, ma come l'alveo stesso della libertà e della storia. «Io posso dire "sì" perché posso anche dire "no". Posso dedicare una vita a qualcuno o a qualcosa proprio perché la vita è limitata. Il limite rende la libertà concreta».
Per orientare le trasformazioni in atto, il presule si è collegato al magistero contemporaneo e all'enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, dedicata alla protezione della persona nell'era dell'IA. L'obiettivo — ha sottolineato — non è il rifiuto della modernità o un nostalgico ritorno al passato: «Non dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo piuttosto imparare a fare una cosa più difficile: andare avanti senza perdere l'uomo. L'espressione "rimanere umani" richiede che sia l'intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare l'innovazione e a stabilirne responsabilmente gli usi e i limiti».
Il discorso si è avviato alla conclusione rifiutando ogni contrapposizione ideologica con il progresso scientifico. «La risposta al transumanesimo non può essere una guerra contro la scienza. Non abbiamo bisogno di meno scienza: abbiamo bisogno di più scienza e più filosofia, più tecnologia e più etica. Abbiamo bisogno di un umanesimo che non abbia paura della tecnica, ma neppure si inginocchi davanti ad essa».
In un paradosso finale, monsignor Moraglia ha ribaltato la concezione comune della fragilità: è proprio il limite, e non l'autosufficienza, il luogo autentico della comunità e dell'incontro. «Io ho bisogno dell'altro perché non sono autosufficiente. Ho bisogno di essere curato perché sono vulnerabile. Ho bisogno di essere amato perché non mi basto. Il limite ci impedisce di essere dèi e, proprio per questo, ci permette di essere uomini».
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