
Ormai qualche tempo fa abbiamo parlato in questo spazio di reflusso gastroesofageo (https://gvperte.genteveneta.it/il-reflusso-gastroesofageo-croce-e-delizia-del-gastroenterologo/): in pratica, una delle diagnosi più frequenti in gastroenterologia. Anche troppo, in verità: quanti di voi, dopo una visita otorinolaringoiatrica o pneumologica si sono sentiti dire di soffrire di reflusso… E quanti, dopo una terapia anche prolungata, alla visita con il gastroenterologo hanno dovuto prendere atto che forse non era vero!
Eh sì, non è tutto reflusso quello che sembra tale e spesso è difficile da dimostrare con certezza. Mi spiego meglio: alcuni sintomi “tipici” sono abbastanza suggestivi, il bruciore e il dolore dietro lo sterno, ad esempio, magari accentuati a stomaco vuoto, con un po’ di rigurgito. Sintomi facili da descrivere e da identificare. A questo punto, avendo noi dei farmaci molto efficaci nel ridurre l’acido, causa prima di questi malanni, con poche pillole passa la paura. I sintomi rapidamente spariscono, il paziente si rassicura ed il gastroenterologo dorme sonni tranquilli…

Il problema, semmai, potrebbe ripresentarsi alla sospensione dei farmaci: il reflusso, infatti, è una malattia cronica e se nel frattempo non abbiamo provveduto a modificare alcuni nostri comportamenti – ne parlavamo già in passato mi pare: mangiare poco e spesso, evitare alcuni cibi a noi sgraditi, praticare attività fisica – i sintomi possono presto ricomparire. Tocca allora riprendere la terapia, magari ad un dosaggio diverso: in poco tempo si è “costretti” al farmaco, anche quando con un po’ di attenzione se ne potrebbe fare a meno!
A volte però i sintomi “tipici” sono poco presenti o non ci sono proprio: la diagnosi viene fatta per una tosse o un mal di gola o per qualche difficoltà a deglutire. A questo punto parte la terapia, con gli stessi farmaci “contro l’acido”, i mitici inibitori della pompa protonica… Quasi dei supereroi!
Ma – attenzione! – per questi sintomi “atipici” la faccenda è un po’ più complicata: lo stesso farmaco deve essere preso per più tempo e a un dosaggio più alto per poter vedere qualche risultato e, se non funziona, qualche dubbio sulla diagnosi deve venire. Abbiamo farmaci efficaci, ma se la diagnosi non è quella giusta, ovviamente, il loro effetto calerà e di molto.
Ma come si può fare questa benedetta diagnosi? Prima una precisazione fondamentale: il reflusso è in realtà una condizione normale, che si verifica in tutti noi alcune volte al giorno. Dalle nostre parti, fino al 20 % delle persone può lamentare disturbi di questo genere: considerando che l’esame di prima linea è, ovviamente, la gastroscopia, balza subito agli occhi come un criterio di selezione vada messo in atto. Non possiamo certo sottoporre ad un esame invasivo – questo è, la gastroscopia – e magari pure fastidioso, un quinto della popolazione, bambini compresi. Altro che liste d’attesa.
Quindi, vanno tenuti in conto alcuni fattori: sintomi (banali o “allarmanti”), età (il rischio di malattie con la “m” maiuscola aumenta in linea di massima con gli anni), frequenza dei disturbi e, magari, l’eventuale risposta a una terapia empirica.

Per sintomi “normali” e in persone giovani – in senso largo, si intende sotto i 45-50 anni – di solito la diagnosi si basa su un breve ciclo di terapia con farmaci che diminuiscono la produzione di acido. Classicamente due o al massimo quattro settimane con un mitologico inibitore della pompa protonica, quei famosi farmaci che finiscono con “prazolo”.
Se il sintomo si risolve rapidamente, abbiamo la diagnosi fatta. A questo punto insistiamo sugli stili di vita, qualche sintomatico al bisogno, magari la ricerca dell’Helicobacter, batterio la cui presenza nel tratto gastrointestinale è correlata a molti disturbi digestivi, fra cui proprio il reflusso gastroesofageo… e pedalare!
Se, invece, il nostro paziente ci riferisce qualcosa di più – difficoltà a mandar giù il cibo, perdita di peso, bruciore importante, peggioramento progressivo, anemia non altrimenti giustificata – o anche se del mitico “prazolo” proprio non può più fare a meno e magari ha più di 50 anni, allora l’indicazione alla gastroscopia ci sta tutta, con varia priorità secondo quanto valutato dal medico.
La diagnosi potrà essere confermata o meno e la terapia andrà poi “tarata” sull’esito: troppo spesso la terapia con i “prazoli” diventa routine e non è proprio sempre così necessaria… Ma questa è ancora un’altra storia ancora di cui vi parlerò in una nuova puntata di questa avvincente saga.
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