Prevenzione con l’Ottobre Rosa: da Venezia decine di iniziative estese a tutto il territorio

Il mese della lotta ai tumori femminili: screening, visite e non solo

Oltre 600 eventi in undici anni, una rete che dal Comune di Venezia si è progressivamente estesa alla Città Metropolitana e che oggi coinvolge istituzioni sanitarie, associazioni, mondo dello sport, volontariato e realtà del territorio. È l’“Ottobre Rosa”, la campagna promossa dal Comune di Venezia per diffondere la cultura della prevenzione e della diagnosi precoce dei tumori femminili, sensibilizzando le donne sull’importanza dei controlli periodici e degli screening.

Nata nel 2015, l’iniziativa ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, portando il messaggio della salute anche attraverso simboli ormai riconoscibili come il Vaporetto Rosa e l’Autobus Rosa. Dal 2015 al 2025 sono state 531 le iniziative realizzate; quest’anno, con oltre 85 nuovi appuntamenti, il numero supererà abbondantemente quota 600. Un programma che affianca alla prevenzione momenti di informazione, sport, cultura, confronto e socialità.

A raccontare la nascita e l’evoluzione del progetto è Ermelinda Damiano, assessore comunale con deleghe, tra le altre, a Coesione sociale, Politiche sociali, Programmazione sanitaria, Politiche giovanili, Rapporti con il volontariato, Cittadinanza delle donne e Pari opportunità. Dal 2015 al 2026 ha ricoperto la carica di presidente del Consiglio comunale di Venezia, ruolo nel quale ha dato avvio proprio all’Ottobre Rosa.

Assessore Damiano, da dove nasce l’idea dell’Ottobre Rosa?

L’Ottobre Rosa è nato proprio con me, quando mi sono insediata come presidente del Consiglio comunale nel 2015. Era un’iniziativa che a Venezia non era mai stata realizzata. La spinta è arrivata anche da una sensibilità personale, che non ho mai avuto difficoltà a raccontare: mia madre, Maria Rosaria, si è ammalata di tumore al seno quando aveva 39 anni. Io ero adolescente e ho vissuto con lei tutto il percorso della malattia, delle cure e della lotta contro un tumore molto invasivo e aggressivo. In quegli anni ho conosciuto la Lilt Venezia, una delle associazioni che ancora oggi sono protagoniste dell’Ottobre Rosa, e ho incontrato persone che hanno aiutato non soltanto mia madre, ma anche me, accompagnandomi nell’affrontare quella esperienza. Quando sono diventata presidente del Consiglio comunale, la presidente della Lilt di allora, Maria Grazia Cevolani, che avevo conosciuto proprio durante quel percorso, mi ha chiesto di fare qualcosa per la prevenzione del tumore al seno. Mi colpì il fatto che fino a quel momento non avesse trovato porte aperte dalle istituzioni. Mi sembrava importante intervenire, perché stiamo parlando della patologia oncologica più diffusa tra le donne. Mi aveva proposto semplicemente di illuminare i palazzi cittadini, ma io pensai che non fosse sufficiente. L’illuminazione poteva essere un simbolo, ma serviva soprattutto costruire una rete sul territorio, coinvolgendo le strutture sanitarie, che dovevano garantire la competenza scientifica e le associazioni che quotidianamente assistono le persone malate.

In undici anni quella rete è cresciuta molto. Come è cambiato il progetto?

Siamo riusciti a coinvolgere non soltanto le associazioni che si occupano direttamente di malati oncologici, ma tante realtà che hanno scelto di dare il proprio contributo: associazioni sportive, organizzazioni del volontariato, medici, realtà culturali. C’è chi organizza convegni e incontri, chi raccoglie fondi, chi promuove la prevenzione attraverso lo sport. È diventato un progetto corale. Un momento fondamentale è stato l’arrivo del Vaporetto Rosa di Alilaguna. È diventato uno dei simboli dell’Ottobre Rosa veneziano: a bordo vengono effettuate visite senologiche gratuite dai medici della Breast Unit, ma vengono anche organizzate attività di sensibilizzazione. Il vaporetto è presente in occasione di grandi eventi cittadini, dalla Venice Marathon alla Venice Hospitality Challenge, fino alla Sagra del Mosto di Sant’Erasmo. È un mezzo molto visibile, anche a livello internazionale, perché Venezia è attraversata ogni giorno da persone provenienti da tutto il mondo. Il messaggio della prevenzione viaggia sull’acqua, in italiano e in inglese. Successivamente è nato anche l’Autobus Rosa con una funzione diversa ma altrettanto importante: portare il messaggio della prevenzione in terraferma. E poi il progetto ha cominciato a coinvolgere i Comuni della Città Metropolitana. Venezia è diventata un punto di riferimento regionale per l’Ottobre Rosa, ma oggi tanti Comuni partecipano con proprie iniziative. Così il messaggio diventa sempre più ampio e raggiunge un numero crescente di donne.

Quanto ha inciso questo lavoro sulla partecipazione alla prevenzione?

I risultati ci sono stati evidenziati anche dall’Azienda sanitaria. Tutto questo lavoro di sensibilizzazione, che è un impegno corale, ha contribuito a una maggiore adesione agli screening oncologici. Fino a qualche anno fa era più difficile intercettare le donne; oggi la partecipazione è cresciuta e Venezia è tra le realtà con le adesioni più alte agli screening, dalla mammografia ai programmi per la prevenzione del tumore della cervice uterina. A un certo punto ci è stato chiesto di estendere lo stesso approccio anche alla salute maschile e così è nato anche il Movember, dedicato alla prevenzione oncologica degli uomini. Ma il risultato non è soltanto nei numeri. Vedere una città che si colora di rosa per un tema così importante significa creare comunità. Per molto tempo intorno alla parola tumore c’erano paura e silenzio. Questa attività ha contribuito a cambiare anche l’approccio culturale: parlare di prevenzione significa imparare ad avere cura di sé, conoscere il proprio corpo, adottare stili di vita corretti, fare attività fisica, non fumare e soprattutto comprendere che la prevenzione comincia molto prima dell’età degli screening. Deve diventare un modello culturale che accompagna le persone fin da giovani.

Tra le protagoniste ci sono le “Donne in Rosa”. Quanto è importante la loro testimonianza?

«Sono loro, per me, le vere protagoniste dell’Ottobre Rosa. Sono donne che hanno affrontato la malattia e che attraverso la loro esperienza diventano un esempio di vita e di coraggio. Un po’ quello che è stata mia madre per me. Le loro storie sono diventate storie della comunità, perché si sono raccontate e hanno dato coraggio ad altre donne che magari stanno affrontando la malattia e fanno fatica ad aprirsi o a trovare la forza per reagire. Penso al Dragon Boat, che per queste donne è importante non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Stare insieme, condividere un’esperienza, sentirsi parte di un gruppo ha un valore enorme. In questi anni abbiamo purtroppo perso alcune di loro e sono stati momenti dolorosi per tutte, ma il legame è sempre fortissimo. E la cosa più bella è che il movimento si è allargato: oggi abbiamo le Pink Lioness a Venezia, le Pink Fire della Lilt e il Trifoglio Rosa a Mestre e quest’anno sono nate anche le Onde Rosa al Lido. È un movimento che attraversa tutta la città e dimostra quante donne abbiano creduto in questo progetto.

Quindi l’Ottobre Rosa è prevenzione, ma anche capacità di fare comunità?

Credo che siano entrambe le cose. Nel progetto c’è innanzitutto l’informazione, perché quando si parla di malattia e di cura bisogna fornire informazioni corrette e far conoscere alle persone i servizi disponibili sul territorio. A Venezia abbiamo una Breast Unit di eccellenza, guidata dal dottor Guido Papaccio, che tra l’altro è stato il medico che ha operato mia madre. È un’équipe straordinaria e rappresenta un punto di riferimento importante. Ma l’Ottobre Rosa è anche aiuto concreto alle donne che affrontano la malattia, è sostegno alle associazioni che ogni giorno assistono i malati e le loro famiglie, è raccolta di fondi. Ed è una grande esperienza collettiva, alla quale partecipano donne e uomini, dal centro storico alla terraferma, fino alle isole. È forse questo il suo aspetto più bello: riuscire a far emergere il lato umano di una comunità.

Che cosa caratterizzerà l’edizione di quest’anno?

Il Vaporetto Rosa sarà ancora protagonista: abbiamo scelto di orientarlo soprattutto verso i luoghi più distanti dalle strutture sanitarie, proprio per avvicinare le visite senologiche alle donne. Penso al Lido, a Pellestrina, a Sant’Erasmo, a Burano, alla Giudecca: luoghi più defilati, dove è importante portare direttamente un servizio di prevenzione. Tra le novità ci sarà anche il torneo italiano di Dragon Boat a Sant’Alvise, all’interno del quale si svolgerà il Trofeo Lilt nazionale. Saranno presenti il presidente nazionale della Lilt e le Donne in Rosa provenienti da diverse realtà. È un grande appuntamento sportivo che entra per la prima volta nel calendario dell’Ottobre Rosa e che sintetizza molto bene il rapporto tra sport, prevenzione, socialità e sostegno alle persone che hanno affrontato la malattia.

Qual è, infine, l’appello che vuole rivolgere alle donne e alla cittadinanza?

Il messaggio che mi sento di rivolgere a tutti è quello di avere cura di sé. Bisogna controllarsi, prestare attenzione ai cambiamenti del proprio corpo e non sottovalutare la salute. L’ho vissuto personalmente con mia madre e sono convinta che la salute sia il bene più prezioso: quando manca, manca tutto. Per questo è importante fare i controlli necessari con regolarità, senza che la prevenzione diventi un’ossessione, ma semplicemente assumendola come una buona abitudine. E poi c’è un secondo appello, che riguarda tutta la comunità: non voltarsi dall’altra parte davanti a chi sta vivendo una malattia. Chi affronta un percorso oncologico ha bisogno di sostegno, di presenza e anche di momenti di leggerezza. Allo stesso modo dobbiamo sostenere le associazioni che, con grande generosità, lavorano ogni giorno accanto ai malati e alle loro famiglie.

Stefano Nava

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